La prima immagine che associamo all’ambiente in Cina è probabilmente quella della cappa giallastra di smog e dell’aria irrespirabile che pervadono Pechino in alcuni giorni dell’anno. Questa immagine negativa fa il paio con il fatto che l’impetuosa crescita economica cinese è stata fino ad oggi fondata sul carbone. Questo Paese consuma infatti il 50% del carbone al mondo ed il carbone cinese è responsabile del 20% delle emissioni di CO2 al mondo. La capacità produttiva di energia dal carbone sta continuando ad aumentare in Cina ed ha ormai raggiunto 1000 GW.

Nonostante questi numeri francamente sconfortanti, il governo cinese è nient’affatto negazionista in fatto di clima ed è stato tra i promotori dell’Accordo di Parigi del 2015. Infatti il piano quinquennale del 2016 ha fissato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal carbone come fonte di energia a favore del gas naturale per il riscaldamento e, soprattutto, delle rinnovabili. Al contempo sono stati fissati nuovi target di efficienza per gli impianti a carbone, oltre ad un sistema più severo per l’approvazione di nuovi impianti. Nonostante ciò la costruzione di impianti a carbone viene ancora vista da alcune province come un mezzo per ottenere gli obiettivi di crescita del PIL fissati dal governo centrale e si osserva un po’ ovunque l’estensione delle licenze per gli impianti più vecchi. La costruzione di nuovi impianti a carbone trova inoltre finanziamenti abbondanti ed a basso costo.

Se la Cina ha ancora molta strada davanti a sé prima di raggiungere la cosiddetta “carbon neutrality” (obiettivo fissato da Xi Jinping per il 2060) c’è un ambito nel quale questo Paese è ben posizionato rispetto a resto del mondo. Ci riferiamo alle energie rinnovabili, che rappresentano ormai il 25% dell’elettricità prodotta in Cina, Paese che nel 2019 ha contribuito a poco meno del 50% della crescita annua mondiale nelle rinnovabili.

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